Archive for Fell off the floor, man

Di mala sorte e cattiva fortuna

Ok, io sono pigra, inconcludente, discontinua e tutto quanto – però in queste ultime settimane mi è successo davvero di tutto (nel mio piccolo, intendo; niente di cataclismatico o epocale, tutta roba da piccolo-borghese piccola piccola: non aspettatevi granché).

 - Un paio di sabati fa

Decido di andare ad esplorare il nuovissimo centro commerciale la cui apertura ha meritato nientemeno che la costruzione di una rotonda, una rampa d’accesso dedicata e due parcheggi di cui uno coperto – insomma, un evento irrinunciabile. Ho appuntamento con la mia amica B. fuori città, perché io e l’auto non abbiamo ancora risolto i nostri annosi conflitti e non mi sembra il caso di impuntarci sulla terza che non entra o sulla dinamica degli incroci proprio in mezzo alla baraonda sabatale; quindi B. mi preleva e dopo un paio di giretti di riscaldamento puntiamo dritte verso il negozio di scarpe. Qui mi accomodo su un pouf e decido che le decolleté a punta tonda mi fanno un piedino da Cenerentola, ma mentre mi avvio a pagare mi rendo conto di non avere più il telefonino in tasca. Torno indietro, e con il mio altro telefonino (eh già, sono telefonodipendente) compongo il mio numero. Squilla, più o meno nei pressi del pouf di cui sopra. Curiosamente, però, il mio telefonino squilla in movimento; cerco di seguirlo, ma la gente mi intralcia e lo squillo si allontana. Occupato. Ricompongo il numero, suona di nuovo, ma un po’ più distante. Di nuovo occupato. Ritento: l’utente chiamato non è raggiungibile. Bastardi.

[Ci tengo a precisare che il telefono in questione era un vecchissimo Nokia-baracca con la cover dei Flintstones, io stessa mi vergognavo ad usarlo: valore commerciale forse 10 euro, spiccata tendenza a perdere il tasto con il numero 9 (chi ha un telefono simile saprà di cosa sto parlando, perché è un difetto congenito del modello). Quanto alla scheda, ovviamente l'ho bloccata, ma con rischi indicibili e traversie innumerevoli perché non è intestata a me ma alla mia dolce metà. Dulcis in fundo, tornando a casa abbattuta e scornata dopo tutte le operazioni burocratiche necessarie a riavere il mio numero di telefono, una nebbia assassina mi costringe a tornare a casa del mio fidanzato guidando alla cieca, e quando dico alla cieca intendo a caso.]

 - Il giovedì successivo 

Dovete sapere che sono molto presa dallo studio perché, tra le altre cose, fra un paio di giorni dovrò presentare al consiglio dei docenti la mia idea per il mio progetto di ricerca; quindi le mie reti neuronali sono seriamente danneggiate dal perpetuo rimuginare sull’epica francoveneta, e inoltre all’epoca dello svolgimento dei fatti che vado narrando i miei emisferi cerebrali risultavano spiacevolmente fuori sincrono (più fuori sincrono del solito) a causa di una prolungata astinenza da caffeina, autoinflitta da svariati giorni nel tentativo di contrastare un’incipiente gastrite.

Quindi (tornando al presente storico) giovedì prendo la macchina di buon’ora e vado alla stazione, dove ho intenzione di imbarcarmi su un treno per Pavia: vado a fare un po’ di ricerca bibliografica, e il fatto di riuscire ad arrivare in centro sana e salva, parcheggiare senza visibili danni per me o per il prossimo, avviarmi al treno con la mia valigetta in mano mi fa sentire una promettentissima ricercatrice in erba. Mentre faccio il biglietto allo sportello automatico mi compiaccio della mia professionalità, e sul treno guardo i giovani pendolari in completo e cappotto con un misto di complicità e soddisfazione, immaginandomi altrettanto distinta.

E’ perciò con estrema disillusione, e ovviamente con una dolorosa rabbia impotente, che arrivata in università a Pavia mi rendo conto di aver lasciato il bancomat nella biglietteria automatica. Merda. Fra l’altro il mio bancomat è anche una Visa, quindi il benefattore che se l’è intascato per ripulirmi il conto in banca non deve nemmeno fare la fatica di indovinare il codice. Merda merda merda. Blocco il bancomat, rivolgo una captatio benevolentiae ad un paio di santi fra i più influenti e cerco di organizzare la giornata in modo da riuscire a fare tutte le fotocopie che mi servono, nutrirmi e tornare a casa con i pochi spiccioli che ho in tasca.

Torno in città, alla mia auto, nel tardo pomeriggio, quando è già buio. Io non so guidare con il buio. O meglio: io non so guidare; il buio è un’aggravante. Ma vabbè, vado pianino e cerco di destreggiarmi nel traffico, e me la cavo piuttosto bene fino a che, poco fuori città, rimango bloccata in coda in prossimità di un passaggio a livello. Sarà chiuso, immagino; quindi aspetto dieci, venti, trenta minuti. Un po’ di auto davanti a me fanno inversione e tornano indietro, ma io sono paziente e attendo. Dopo quaranticinque minuti c’è gente a piedi che fa la spola fra il passaggio a livello e la propria macchina; chiedo informazioni: il passaggio a livello è rotto. Merda. Chiamo lo Gnu (sono a casa sua, in questi giorni) e gli chiedo un piano B per riuscire a tornare a casa, perché non conosco molto bene le strade della zona: “E’ facilissimo, torni indietro e a P. prendi la solita strada che passa per il paese di C. L’avremo fatta mille volte”.

Faccio come mi dice: faccio inversione e arrivata a P. prendo con decisione l’incrocio sbagliato, quindi mi ritrovo in tangenziale. Panico. La tangenziale è una strada veloce, porta lontano, porta ad Alba, io non so tornare da Alba, è buio, non c’è nessuno, non so dove sono, aiuto! Ritelefono allo Gnu che un po’ mi sfotte e un po’ mi instilla il timore di aver preso la tangenziale contromano, quindi sempre con rischi indicibili e traversie innumerevoli mi teleguida (come Ambra a Non è la Rai) fino al punto di partenza, dove prendo l’incrocio giusto e torno a casa ai 15 km/h con le ginocchia tremebonde e un certo delirio di persecuzione.

- Venerdì 

Se voglio un bancomat nuovo devo denunciare lo smarrimento di quello vecchio ai carabinieri, perciò venerdì monto in sella alla mia Seat del ‘93 e mi dirigo con rinnovata baldanza (merito di una buona notte di sonno) verso la caserma più vicina, nel paese di M. Riesco anche a parcheggiare come Dio comanda, ma scendendo dalla macchina non so come inserisco il bloccasterzo, della cui esistenza ero peraltro completamente all’oscuro fino a quel momento: constatando che il volante non gira più e la chiavetta dell’accensione nemmeno, suono al campanello (sic) della caserma con le lacrime agli occhi e la totale convinzione di aver rotto la macchina. Mi apre un carabinierino in tuta, che si commuove della mia ignoranza in fatto di auto e dopo la denuncia (un’ora, argh) viene a sbloccarmi il volante e mi spiega cos’è, come funziona e soprattutto come si toglie questo fantomatico bloccasterzo.

“Fra l’altro, signorina, guardi che ha parcheggiato nello spazio riservato ai militari.”

Effettivamente c’è una riga gialla, ma io credevo che servisse solo a delimitare il parcheggio… Mi scuso, spiego che sto imparando a guidare e sono un disastro.

“Ma almeno ce l’ha la patente? Il foglio rosa??”

Ma no, che dice, sciocco carabinierino in tuta che non è altro, ho la patente da quasi dieci anni!

“Ah, quindi la P sul vetro non è per lei.”

[impallidisco, breve ripasso mentale della normativa sulla P] No no, non è per me, si figuri se può essere per me, io ho la patente da dieci anni! Ah ah!

“…”

Mi faccio spiegare la strada per tornare sulla statale, mi allontano con sicurezza e al primo incrocio giro decisamente dalla parte sbagliata, ritrovandomi di nuovo in mezzo al paese. Mi squilla il cellulare: “Signorina, sono il carabiniere, volevo dirle che ha girato dalla parte sbagliata!”

Mi ha controllata dalla finestra, l’infingardo. Millanto di avere qualcosa da comprare al supermercato in piazza, lascio passare un lasso di tempo sufficiente a rendere credibile la mia panzana, e poi faccio dietrofront.

Mezz’ora dopo sono a casa e trovo il mio fidanzato in cantina che suda copiosamente e ha in faccia una smorfia tiratissima. “Va tutto bene, non ti preoccupare, abbiamo un problemino, ha preso fuoco la canna fumaria.”

Merda. [Fra l'altro il giorno successivo dovevano venire i muratori a cambiarla, la stronza: ha colto l'ultima occasione per prendere fuoco.]

Per un’oretta la situazione rimane più o meno sotto controllo (con alcune scene surreali tipo lo Gnu che buca il muro col trapano per spruzzare acqua dentro la canna fumaria in fiamme), finché la mia dolce metà pensa di controllare lo stato dell’incendio aprendo una finestrella metallica che serve per l’eliminazione delle scorie. In mezzo secondo il camino sul tetto erutta un metro di fiamme. Chiamo i vigili del fuoco, lo Gnu chiama il suo amico G. che arriva con una scala lunghissima e si arrampica sul tetto. Mi dicono di annullare la chiamata ai pompieri, io eseguo ma con una certa titubanza: G., in equilibrio sulle tegole e nero di fuliggine, annaffia l’incendio con un tubo da giardino (di potenza equivalente ad una pernacchia) attraverso il camino. Imperterrito, continua a spruzzare il tetto, mentre le fiamme crepitano allegramente nel muro e le pareti della canna fumaria cominciano a creparsi: pare però che l’incendio si lasci prendere per stanchezza, perché dopo un paio d’ore la finestrella in cantina comincia a vomitare acqua sporca e blocchi gommosi di fuliggine solidificata (mista a Dio sa cos’altro) grandi come palle da tennis. Mentre il fuoco si ritira negli anfratti più incrostati, la cantina si va decisamente allagando. Lo Gnu spala via carrettate di sporcizia nera ridendo con una faccia da pazzo, mentre io e un altro amico rovesciamo segatura sul pavimento nel tentativo di arginare l’inondazione. G. è sempre sul tetto che spruzza, pare che si diverta anche un po’. Intanto il piano superiore comincia a trasudare umidità dal soffitto, mentre il terzo piano (sbarrato e deserto perché ancora da ristrutturare) comincia a sbriciolare mattoncini roventi che rotolano fumando fino giù in cantina.

Verso le undici e mezza di sera è finita, i muri sono ancora tiepidi e la cantina sembra una location de “La Fattoria”, ma l’incendio è moribondo.

Tutto ciò alla faccia di chi dice che la vita in campagna è rilassante. 

- Martedì scorso 

Ovviamente tutto quello che mi è successo nei giorni precedenti è ottimo materiale di intrattenimento, quindi l’ho raccontato a cani e porci; ho fatto un resoconto dettagliato anche alla professoressa che mi ha seguita per la tesi di laurea e con la quale più o meno tutti i martedì mattina mi intrattengo a chiacchierare in Dipartimento (a Genova, quindi). Amo soffermarmi soprattutto sull’incendio, che mi sembra particolarmente tragicomico, ma in realtà la disgrazia che mi ha infastidita di più è stato lo smarrimento-barra-furto del telefonino, perché, come ho già detto, soffro di una seria dipendenza da cellulare. Per supplire alla scomparsa del telefono dei Flintstones ho dovuto recuperare un vecchio Sony Ericcson (da usare come panchinaro) e assegnare la pole position di telefono primario al Samsung cha apparteneva a mia nonna, molto piccolo e quindi straordinariamente comodo da tenere nella tasca del mio giubbotto di jeans.

E infatti è proprio da quella tasca che un buonuomo con l’aspetto del pusher di quartiere me l’ha sottratto (e un giorno dovrà rendere conto a qualcuno di questo, ne sia consapevole) sull’autobus n° 35 sul quale sono salita martedì scorso verso le due e mezza in Piazza della Nunziata. La fermata era affollatissima; estraggo il biglietto dalla tasca (la stessa del telefonino, che in quel momento c’era), salgo, timbro, mi ricordo che devo fare una telefonata: la tasca è vuota, e così anche l’altra. Merda, merda, merda!!! Mi volto, esasperata, e dietro di me (a 5 cm di stanza) c’è questo tizio dall’aria equivoca che mi guarda sornione. Faccio due più due, comprendo, mi demoralizzo, ma gli chiedo dritto in faccia se per caso ha visto il mio telefonino, perché credo di averlo perso. Lo spacciatore del vicinato allarga un ghigno beffardo, e con uno sguardo eloquente spalanca le braccia. Ok, ci siamo capiti. Non mi sembra il caso di aggredirlo, né tantomeno di perquisirlo, anche perché alla prima fermata il losco personaggio scende e io rimango lì con la netta sensazione di essere al centro di una colossale candid camera.

Faccio l’ormai ben nota trafila per bloccare la scheda e al primo negozio di telefonia compro una scheda 3 per poter recuperare e utilizzare di nuovo il mio ultimo telefono, costretto alla pensione dal mio passaggio da H3g a Wind. Quindi ora ho tre schede e tre numeri di telefono, ma solo due telefoni ed entrambi vecchi e rotti. E va bene, un po’ sarà colpa mia perché sono stordita (quantomeno per il bancomat, che però è una storia a lieto fine: la carta non è più saltata fuori, ma il conto in banca è intatto), ma ho l’impressione che la sfiga ci stia mettendo del suo. Non avevo poi tutti i torti, forse, a temere la rivincita del karma…

Così. Tanta. Bellezza.

Lo ammetto: è un mero riempitivo. Non volevo lasciare il blog abbandonato troppo a lungo, mi dispiace pensare che nei prossimi giorni, mentre mi trasborderò arruffata da un treno all’altro e giocherò alla filologa romanza con un misto di imbarazzo e interesse etologico per la fauna da convegno, gli sparuti passanti che faranno capolino sulla mia paginetta debbano sbattere il muso contro il solito post ammuffito e rancido.

E allora appiccico questo video, che tenevo lì da un po’ e che mi ha sempre arrotolato lo stomaco e quasi strizzato fuori una lacrimuccia. Un po’ è colpa della musica, un po’ è perché lì trovo quella meraviglia, quello stupore da bambini di cui si parlava un paio di commenti fa. Ecco che cosa desidero; tirarmi un poco indietro, dissociarmi da me e dal mondo, diventare puro sguardo e lasciarmi attraversare dalla bellezza che è dappertutto. Dissolvermi. Non sempre. Ogni tanto. Adesso, magari.

[Annoto: c'è una canzone di Niccolò Fabi che sto ascoltando a ripetizione, e che secondo me ha una una sorta di sotterranea sintonia con questo tema, con il senso di rivelazione e accettazione che si prova (almeno, io provo) a volte davanti alla realtà così com'è, nuda, semplice, assoluta e perfetta. Si chiama Oriente ed è molto bella, merita almeno un ascolto.]

embé?

sì, adesso posto ogni cinque minuti. a cazzo. senza neanche le maiuscole. d’altra parte è il mio blog e ci faccio quello che mi pare.sono tre pomeriggi che decifro gambette di cediglia e cinque minuti ( :) ) di spina staccata mi servono. per di più il blog adesso ha quest’aria un po’ di scazzo abbandonato a se stesso e non mi devo fare scrupoli a infrangere chissà quale architettura strutturale o simmetria interna.le novità: ho prenotato tre notti in una residenza universitaria (carina, fra l’altro, credo) per il convegno di padova. tre-quattro giorni prima ne ho uno alla rocca e tre-quattro giorni dopo quello più importante, a siena. bisogna che che faccia due conti sulle notti da passare fuori e prenoti anche il college. college. a scriverlo fa proprio figo.la mia vicina (colombiana) mi darà lezioni di spagnolo. le ho chiesto quanto mi rende, lei continua a dire “ora non ci pensare”. sono un po’ preoccupata. di solito quando ti dicono così finisci per trovarti alla porta un tizio nerboruto fermamente intenzionato a spaccarti le rotule.

[a proposito, l'ho mai raccontata quella delle rotule? quando ero piccola, ma piccola sul serio, tipo tre o quattro anni, pareva che avessi le ginocchia valghe. i miei genitori avevano consultato un paio di specialisti, e pareva inevitabile intervenire per correggere il difetto. fortunatamente mia mamma si è intestardita e ha rifiutato la terapia, che poi sarebbe dovuta consistere nello spaccarmi entrambe le rotule (io ho sempre immaginato a martellate, ma non so se la cosa dovesse svolgersi esattamente così) per poi ingessarmele dritte. questa era la medicina nei primi anni ottanta. ci tengo a precisare che oggi non avrò due metri di gambe, ma ho ginocchia normali.]

altre novità: c’è stato un incidente dallo gnu. un cane ha mangiato un gatto. neanche il cane ha fatto una bella fine temo (non ho voluto approfondire), ma sta sulle sue zampe, cosa che non si può più dire del gatto. fortunatamente non era la mia micia, ma era comunque un micino rosso cucciolissimo sul quale la fortuna si è accanita davvero con caparbietà, considerato che era stato già separato dal suo gemello, quest’ultimo prelevato dalla veterinaria locale e trasferito (lui sì, fortunato) a casa di non so che ragazzo a caccia di gatti rossi. quando vengo a sapere di qualche disgrazia capitata ad un animale mi deprimo in modo terribile. brutto a dirsi, le persone non mi fanno lo stesso effetto.

postilla: il mio fidanzato è diventato una calamita per bloggatare. improvvisamente ragazze flirtose e ammiccanti affollano il suo blog, lisciandolo con coccole e complimenti. sono contenta (:| ) della sua popolarità, spero solo di non capitare un giorno o l’altro a casa sua e trovare una sconosciuta con addosso il mio pigiama (lo dico con cognizione di causa: io ogni tanto dormo con la maglietta che una sua ex ha abbandonato in un armadio e non ha più recuperato. avvicendamento veloce, pare :) ).

contatori: – 26 ore e mezza ai dolci (ieri in negozio ho passato minuziosamente in rassegna gli scaffali per scegliere con quale dolce porre fine al mio digiuno selettivo. ho quasi deciso a favore dei biscotti walkers, shortbread scozzesi con il 25 % di burro) e – 15 giorni alle dimissioni. poi dovrò affrontare la noiosa questione sopravvivenza da un’altra angolazione. stavo pensando alle fiere: salone nautico, salone del pesto (sic, pare che esista davvero) e simili. spero solo di non essere troppo bassa… se non mi prendono vorrà dire che sono poco aggiornati, ora anche sulle passerelle vanno di moda le asiatiche, piccole, minute e con l’aria da bambine. d’altronde le stangone scandinave hanno fatto il loro corso, e poi diciamolo: a quindici anni sono già sfatte. tié.

Lamentele sparse

Dovrei riprendere a fare un po’ di cyclette per non iniziare a squagliarmi come una mozzarella di bufala, anche se non ho l’entusiasmo; ma non importa.

E’ necessario che riprenda il programma di un paio di esami universitari per rinsaldare le mie basi, però non trovo la concentrazione; ma non importa.

Ho aperto un account su Flickr, ma non posso più usare il videofonino perché ho cambiato gestore telefonico e quindi non so più con cosa fare le foto. Così il mio account è vuoto; ma non importa.

Ho comprato un paio di jeans su e-bay, ma non arrivano; oggi ho aggredito due postini certa che fossero lì per me, ma mi sbagliavo. Ma non importa.

I miei genitori hanno raccolto cinque chili di funghi, quindi mangerò funghi (fritti, al forno, al funghetto, nel sugo) fino ad esaurimento scorte e mi verrà la cirrosi epatica; ma non importa.

Niente di tutto questo importa. Posso superare tutto.

PERO’ NON CE LA POSSO FARE A STARE ALTRE 48 ORE SENZA DOLCI!

Morirò! 

Entropia

Io sono la dimostrazione vivente della seconda legge della termodinamica, secondo la quale (cito da un sito a caso) “in normali condizioni tutti i sistemi abbandonati a se stessi tendono a divenire disordinati, dispersi e corrotti in relazione diretta al trascorrere del tempo“. D’altra parte anche la Gioconda cade a pezzi [cit.].Più prosaicamente, io mi riferisco alla mia camera. Ora che ho un pochino di tempo in più rispetto alle scorse settimane, vorrei organizzare per bene le mie giornate, e dedicare una mattinata alle ricerche bibliografiche, un pomeriggio alla traduzione del mio manoscritto, una mezza giornata al ripasso, ecc. Ma non posso. Non posso perché per fare ricerche bibliografiche ho bisogno di trovare i fogli dove ho stampato l’elenco dei libri che mi servono. Con ogni probabilità ho messo i fogli dentro ad una cartellina, ma non so esattamente quale. O forse dentro ad un sacchetto. Per trovare sacchetto e/o cartellina, però, dovrei mettere le mani nella pila traballante di libri, quaderni e fogli sparsi che ingombra la mia scrivania; o forse dovrei attaccare quell’altro mucchio di roba che mi impedisce di aprire completamente la finestra. Inoltre ce n’è un altro per terra davanti alla scarpiera, e in fin dei conti magari la prima cosa da fare sarebbe disfare la valigia perché quello che cerco potrebbe benissimo essere lì.Il problema è che per sistemare anche uno solo dei miei cumuli cartacei dovrei sapere dove mettere quello che sto maneggiando, e spazio non ce n’è. O forse ce ne sarebbe, a patto di sistemare un agglomerato di materiali sparsi che gravita sulla mensola che avevo dedicato alla tesi, e che quindi giace intonso dai primi di novembre (ricordo però di averne estratto un’agenda non molto tempo fa). A questo punto mi ritroverei con una difficoltà analoga allo stadio precedente, cioè dovrei sistemare qualcos’altro per far posto alle varie cose che emergono dal riordino, e così via a ritroso fino alla completa riorganizzazione della stanza.

Tenete presente che i miei armadi non versano in condizioni migliori. I cassetti reggono abbastanza in quanto poco permeabili, ma negli scaffali e nelle ante lunghe regna un’assoluta omogeneità osmotica. Prendendo un qualunque punto di un qualunque armadio, il suo contenuto non differisce significativamente dal contenuto di un qualunque altro punto di un qualunque altro armadio. Ne consegue che la distribuzione di maglie, pantaloni, calzini e mutande è quasi perfettamente omogenea, e ciò mi consente di vestirmi ogni giorno aprendo un’anta a caso, che necessariamente conterrà tutto ciò di cui necessito per abbigliarmi completamente.

Gli indumenti già parzialmente indossati (ovvero: indossati per trenta secondi per prova, ma scartati, o portati più a lungo ma non lavabili ad ogni giro addosso perché ad alto rischio di frantumazione in lavatrice) sono invece accatastati sulla cyclette. Con un paio di borse, un asciugamano da mare e il beauty case di pelle usato tre settimane fa per andare in Croazia (vuoto, però). Alcune paia di scarpe sono state ordinatamente affiancate davanti alla scarpiera (alle scarpe ci tengo), ma sopra c’è un gatto. L’ultimo acquisto (sandali altissimi di Miss Sixty con i quali mi sono gratificata per l’esame) giacciono ancora nella loro scatola un po’ più in alto, su un portariviste, per difenderli dalla marea montante del disordine.

A questo punto farei prima a trasferirmi. Si può morire soffocati dal proprio stesso caos? Io ho paura di sì. Di tanto in tanto mi lancio un’occhiata alle spalle perché ho la segreta preoccupazione che un paio di jeans cerchi di strangolarmi. Forse dovrei tenere in giro solo pantaloni corti, sono più innocui.

Ma se mai mettessi in ordine, violerei l’entropia? I cocci si ricomporrebbero a formare tazze intere, e gli orologi comincerebbero a girare al contrario?

Ci crediate o no, questo è ciò che mi trattiene dal riordinare la mia stanza. Mi sacrifico per il bene dell’universo.

 elementare raffigurazione di qualche cosa di attinente alla seconda legge della termodinamica Chiaro, no?

Novocaine for the soul

Mi cito da sola (dal post del 19 aprile):

"Sono sicura che andrà tutto bene, tutto quanto."

E invece è andato tutto di merda. A quanto pare il mio sesto senso fa schifo.

Tengo duro, per una volta. Per capire, o almeno provarci. Ma fa un male cane. Qualcuno mi darebbe della novocaina per l'anima?

 

 

il tempo vola…

…quando ci si diverte? ma anche quando si ha tanto da fare. così le due settimane di astinenza da blog che mi ero imposta ai primi di maggio sono diventate in quattro e quattr'otto quasi un mese, e la voglia di scrivere non è ancora tornata. sarà che le cose continuano a procedere a sobbalzi, fra i pomeriggi sonnacchiosi al lavoro, nascosta nel retro a studiare per l'esame d'inglese (che è il FCE, non il TOEFL, chissà come mi era venuto in mente) e le mattinate con gli occhi arrossati dalle troppe ore passate a contare le gambette delle emme o i segni di nasale; fra le mie disastrose lezioni di guida e i tentativi di disinfettare gli avambracci martoriati dal cucciolo nuovo; fra un rosario e un funerale, perché pare che questa merdosissima tornata di sfighe e tristezze e gastriti da angoscia non voglia proprio passare più; o sarà che l'impulso di gioia solitario che di tanto in tanto mi fa produrre una pagina è frutto di misteriose alchimie chimiche e oscure congiunture astrali, e il miracolo in questi giorni proprio non vuole succedere.

sto scrivendo a cazzo, senza neppure rileggere. ho anche abolito le maiuscole, così mani e pensiero vanno a tempo, e non devo neppure fare lo sforzo cosciente di elaborare una frase, lascio che le parole si vomitino fuori dalla testa come spazzatura, come uno starnuto. scrivo per riempire uno dei tanti spazi bianchi che mi lascio attorno, che denunciano la mia mollezza e la mia pigrizia come dita puntate.

se c'è l'art pour l'art, ci sarà pure l'écriture pour l'écriture, mi dico. a volte penso che per scrivere qualcosa di interessante, di talentuoso, non è affatto necessario avere un'idea, ma basterebbe riprodurre fedelmente la realtà così come viene, perché a osservarla con il dovuto scrupolo c'è dentro talmente tanto che non basterebbe una recherche a raccontare una settimana. allora mi riprometto di raccontare, un giorno o l'altro, della signora b. che ha le labbra a canotto, più soldi di quanti io ne possa immaginare, e due figli "con disturbi emotivi" che ama e odia e la fanno vergognare, perché uno urla e sbraita e l'altro abbraccia gli sconosciuti; o del vecchio console inglese che non si regge più sulle gambe ma cammina e cammina con una mano sulla fronte e l'altra a reggersi contro il muro, e compra per la sua signora che non so nemmeno se c'è più; o la vecchietta col figlio che non se ne va più di casa e la costringe ad andare in vacanza e per funghi finché non gli schiatterà sotto il naso. o del regista che insegna alla ucla che dalla vita ha avuto tutto, anche un cuore ad orologeria che si sta gonfiando come un palloncino. o del professore che tiene in vita la sua gatta anche se soffre e miagola e non ne può più perché ha già ucciso sua moglie dieci anni fa, e ora sulla vita e la morte non vuole più metterci le mani.

racconterò delle signore perbene che comprano il tiglio per gli attacchi di panico, e delle anziane coppie che si tengono strette per i gomiti per difendersi dal resto del mondo. e della ragazza indiana che è venuta in italia per farsi tiranneggiare da una matrona di albaro e riempire di botte dal marito. e dell'infermiere dello sri lanka che ha sempre su la bombetta e ride, e non si offende se tutti gli danno del tu. della mia macchina con le ruote lisce, del mio gatto grasso e con le zampe storte, della mia famiglia che perde pezzi per strada e si guarda rimpicciolire.

ma per il momento non mi va proprio di scrivere niente.

Imprese a metà

Giorni fa ho terminato un post con un adrenalinico cliffhanger, minacciando di raccontare un certo numero di fantomatici FATTI che avrebbero potenzialmente dato spiegazione alla mia attuale condizione esistenziale: ho cambiato idea. Non lo farò. Rimetto da parte la mia petite madeleine e la conservo per un’imprecisata data futura, probabilmente fra qualche decina d’anni.

Invece, siccome sento proprio questa urgenza di raccontarmi (d’altronde se non fossi una narcisista egocentrica non avrei aperto un blog) ho pensato di farlo attraverso un elenco significativo. Mi accingo quindi ad enumerare, in ordine sparso e così come mi si presentano alla mente, le

COSE CHE HO INIZIATO E NON HO MAI PORTATO A TERMINE

Sport

-         Corso di ginnastica artistica (o ritmica? Non mi ricordo): iniziato a 7 anni, durato circa un mese, e tuttora non so fare la ruota né le capriole.

-         Corso di hockey su prato: alle medie, mi piaceva pure abbastanza, ma non mi andava giù quella cosa del dover giocare in pantaloncini corti anche d’inverno. -         Corso di nuoto: qui non è colpa mia, mi hanno costretta i miei genitori. Ho smesso dopo un anno perché a fine corso non mi hanno dato la stellina. Tuttora nuoto di merda.

-         Corso di equitazione all’inglese: magnifico, mi divertivo da pazzi e l’abbigliamento era fighissimo. All’inizio sembrava che avessi un talento straordinario, è l’unico sport per il quale abbia mai pensato di avere un’inclinazione naturale. Ho mollato tutto ufficialmente a causa della maturità, in realtà perché avevo iniziato a fare le crocette e l’istruttore non mi guardava più con un sorriso soddisfatto, ma anzi aveva cominciato a scuotere la testa in maniera preoccupante.

Arte :-)

-         Pittura: era un periodo nerissimo della mia vita, ho comprato tutto il necessario per dipingere e poi ho dipinto un Winnie Pooh con un vaso di miele che è a tutt’oggi appeso ad una parete della mia stanza.

-         Scultura: stesso periodo di prima, ho costretto mia madre a procurarmi della creta, diverse spatole e un grembiule. Ho fatto una rana.

-         Corso di chitarra elettrica: due anni, mi piaceva un sacco ma nella mia classe c’era il mio futuro chitarrista M. che era troppo più bravo di me e mi faceva sfigurare. Inoltre saltavo un sacco di lezioni di teoria e alla fine ero arrivata al punto che non capivo più niente.

-         Gruppo punk-rock (o ska-punk secondo il bassista-batterista, o “musica da tinello” secondo il cantante): non so perché l’ho mollato, era molto divertente ed eravamo tutti molto amici. All’inizio io suonavo la chitarra, ma eravamo tanto scarsi (beh, più che altro io) che a un certo punto abbiamo deciso di scambiarci gli strumenti e a me è finito in mano il basso, che non avevo mai suonato. Abbiamo continuato così, credo per pigrizia, quindi ho comprato un basso e un amplificatore. Fra l’altro adesso vendo sia basso che chitarra elettrica con relativi amplificatori, un distorsore e un wah-wah, quindi chi fosse interessato può lasciare un messaggio qui. Il prezzo è modico.

-         Tastiera e/o piano: ho iniziato da piccola, da autodidatta, con una tastiera Bontempi ereditata da chissà chi. Ho continuato sempre da autodidatta su un’altra tastiera Bontempi molto anni ’80, con lucine, basi ritmiche ed effettacci rumorosi, e quando ho potuto usurpando il pianoforte della mia amica S. Non ho imparato a suonare praticamente nulla, tranne un mio personalissimo arrangiamento di una canzone dei dEUS. L’altro giorno ho chiesto allo Gnu se posso comprare un pianoforte e tenerlo a casa sua, ma ha detto di no.

-         Progetto hip-hop: con la suddetta amica S., l’altra amica S2 e un dj molto bravo e molto, molto facoltoso (con una gigantesca sala di registrazione in casa). Facevamo una roba tipo Beastie Boys in acido, pezzi nostri dei quali registravamo le basi, poi ci rappavamo sopra in inglese e alla fine il dj mixava. E’ finita che la mia chitarra elettrica è rimasta a casa del dj per più di un anno, l’ho recuperata dopo il primo anno di università.

-         Teatro: due spettacoli dietro le quinte e uno davanti. Siccome la mia insegnante mi ha incoraggiata a continuare ho pensato di partecipare ad un’audizione per un altro spettacolo, e mi sono preparata imparando a memoria “L’angoisse” di Paul Verlaine. Ovviamente non mi sono mai presentata all’audizione.

-         Letteratura: poesie sparse nichilistico-esistenzialiste, un paio di (pessimi) racconti più una cinquantina di incipit di racconti, quattro o cinque branetti sul modello dei “Dialoghi con Leucò”, una sceneggiatura cinematografica e il soggetto per un film che poi è stato anticipato da Donnie Darko, ma io l’avevo pensato prima (c’era un coniglio gigante, ma NON c’erano i viaggi nel tempo).

Miscellanea

-         Collezione di coniglietti (di peluche): credo di averne una trentina, raccolti forsennatamente nel giro di due settimane. Li conservo in una scatola che ho denominato “Scatola dei coniglietti”.

-         Collezione di edizioni de “Il Maestro e Margherita”: ne ho due (sic!).

-         Università a Milano, vita da sola in pensionato, autonomia emotiva dalla famiglia: ho resistito per un anno, o meglio otto mesi nel corso dei quali ho dato due esami.

-         Corso di pronuncia britannica da una madrelinguista: durato finché non sono finiti i soldi, quindi poco, ma ho fatto in tempo a scoprire che la mia pronuncia è sbagliata perché parlo col naso.

-         Motorino: mia madre non ha mai voluto comprarmi un motorino perché le faceva paura. Appena compiuti diciotto anni me ne sono comprata uno con i miei soldi, un Sì rosso appartenuto al fratello della mia amica S. L’ho usato tre o quattro volte, poi l’ho ricoverato nel box; da qui è stato trasferito in campagna dallo Gnu, ove tuttora alloggia sotto il portico di casa accanto alla cuccia che fu del defunto cane Bobino.

-         Mountain bike: come sopra, con la differenza che è stata acquistata direttamente dallo Gnu dietro mie insistenti pressioni, perché dopo decine e decine di chilometri in cyclette mi sentivo pronta per un salto di qualità.

-         Neon Genesis Evangelion: me lo sono procurato faticosamente, ho sfidato il sarcasmo dello Gnu che è un solido trentacinquenne piemontese e non può capire, l’ho messo su dvd perché il computer è vecchio e zeppo di roba e l’hard disk aveva superato il punto di non ritorno… e l’ho visto tutto tranne le ultime due puntate! Giuro!

-         … (continuerebbe, se avessi il tempo, la voglia e la concentrazione sufficiente. Invece ho le vertigini da mezz’ora e non vedo l’ora di finire per cercare di portare a termine la prima stagione di Veronica Mars. Giuro che almeno questa la finisco.)

L’elenco è lungi dall’essere completo. Comincio a guardare con una certa sfiducia anche a questa cosa del blog.

La vecchiaia precoce

Come ogni domenica sera, sono tornata dal mio weekend bucolico.

L’altra sera lo Gnu mi ha portata in un locale nel quale andava anni fa, e che ha riaperto da poco dopo un lungo periodo di chiusura (più anni che mesi, credo). Siamo andati solo noi due, come due fidanzatini.

C’era una festa privata, ma facevano entrare lo stesso (cinque euro per ingresso + una consumazione): dal piano terra si scendeva una scaletta scavata nella pietra, o almeno che voleva dare l’impressione di esserlo, fra muri irregolari tinteggiati di un bel rosso genovese, nicchie e anfratti che per lo più ospitavano bicchieri di bibite abbandonate a metà e a volte qualche giacca aggomitolata in un fagotto. E poi dappertutto: ragazzini. Ragazzini ragazzini ragazzini in ogni dove. I maschi tirati a lucido in camicia bianca e capelli plastificati dal gel, o quelli sportivi coi pantaloni larghi e una buona fetta di mutanda occhieggiante sul didietro, e poi magliette con enormi scritte di tutti i generi sulla schiena (Hiroshima Catbalou, Guru, e il più simpatico di tutti: il numero 9 e la scritta Lenders, Mark Lenders, ovviamente). Le ragazze: tutte rigorosamente coi jeans a vita bassa infilati negli stivali e pericolosamente tenuti in bilico sui fianchi da cinturoni ornamentali, canottierine primaverili possibilmente a righe.

Ragazzini che ballavano, ragazzini che limonavano negli angoli, ragazzini seduti sui divanetti con l’aria depressa. Ragazzini a servire al bar, con un sorrisone estatico e una lentezza da amanuense. Persino alla consolle, fra big beats sparati a palla, un pezzo pop di successo e roba vecchia dei Red Hot Chili Peppers, un ragazzino col cappello da baseball, occhiali da sole gialli e la testa di traverso per reggere la cuffia. Io li odio i ragazzini, specie quando sono tanti tutti assieme. Anche lo Gnu, fendendo la folla festante e porgendomi a fatica un succo di frutta (sì, bevo solo quello) fra una testa e l’altra, si è scusato: “Mi sa che stasera sono tutti un po’ giovani.”

Abbiamo resistito dieci minuti, il tempo di arrivare io a due terzi del mio succo all’acqua, lui di finire non so che cosa, vodka? gin? pernod?, poi siamo usciti nel fresco nebbioso che faceva piacere e portava via l’umido appicicoso di cantina dalla pelle e dai vestiti. E allora l’ho pensato: quand’è che ho smesso di essere giovane? Quand’è che quelli più giovani di me hanno cominciato a darmi fastidio? Quand’è che ho smesso di far parte di loro e ho scavalcato la barricata?

Probabilmente c’è un momento preciso, un click dell’orologio biologico che di colpo smette di andare avanti e comincia a riarrotolarsi all’indietro. E’ un po’ come scollinare, con la bici che scivola giù veloce e tu che freni per rallentare la discesa. E tu li guardi, giovani e belli e con la faccia liscia, e ti ricordi che facevi anche tu come loro. Fai due conti e realizzi che non lo farai più. Rimpiangi di non aver fatto abbastanza. Ti rendi conto che sono quasi dieci anni che hai la patente (anche se non la sai usare, ma quella è un’altra storia), quasi altrettanto tempo che hai finito le superiori. Non vai più all’università e puoi votare per il Senato. Sei cresciuta, o dovresti averlo fatto. E se non l’hai fatto sono cazzi tuoi perché comunque sei invecchiata lo stesso, e non sai più cosa va di moda e cosa no.

Di conseguenza, d’ora in poi ho intenzione di vestirmi anch’io come Avril Lavigne.