Sono tutta un livido.Perché sono stupida, ovviamente; le persone intelligenti smettono di andare sugli autoscontri a tredici anni. Io no: io comincio a ventisette. E ci vado con scarpe nuovissime (le stavo inaugurando) e con un tacco di nove centimetri che mi rende instabile da ferma, figuriamoci su un veicolo monoruota spintonato in tutte le direzioni da un branco di pazzi sadici.Però è divertentissimo: con la mia manciata di gettoni in tasca e il piede pronto sul pedale mi sono sentita proprio felice e spensierata. Per trenta secondi. Poi tre o quattro macchinine lanciate a folle velocità mi hanno stritolata contro un angolo della pista colpendomi in tutti gli angoli e sbatacchiandomi come un pupazzo da crash-test. Ho provato a vendicarmi, ma guidare un autoscontro non è facile come sembra: c’è questo volantino leggerissimo che gira solo a guardarlo, e come gli imprimi la minima rotazione continua a muoversi da solo; poi c’è la questione del pedale che secondo me è da chiarire perché l’automobilina va anche se non lo schiacci, apparentemente alla medesima velocità, quindi a cosa serve?; e infine c’è la variabile retromarcia, che si innesca da sola se il volantino viene ruotato eccessivamente in un senso e nell’altro, a quanto mi è stato spiegato perché sotto la macchinina c’è un’unica grossa ruota e girandola di 180 gradi si inverte il senso di marcia.
Insomma, è roba da esperti, e io che ho fatto giusto ieri i miei primi 50 km da automobilista (con la mia roboante Seat Marbella del ‘93) non posso competere con dei ragazzini incattiviti che impennano su due ruote da quando avevano dieci anni, né tantomeno con dei trentenni ubriachi che mentre si tamponano si lanciano sputacchi e palline di carta. Però i miei dieci-dodici spintoni li ho dati pure io e ne porto i segni: macchie bluastre su braccia e ginocchia e una certa rigidità del collo. Ferite di guerra. Prometto di rifarmi alla prossima festa di paese.
