Io sono la dimostrazione vivente della seconda legge della termodinamica, secondo la quale (cito da un sito a caso) “in normali condizioni tutti i sistemi abbandonati a se stessi tendono a divenire disordinati, dispersi e corrotti in relazione diretta al trascorrere del tempo“. D’altra parte anche la Gioconda cade a pezzi [cit.].Più prosaicamente, io mi riferisco alla mia camera. Ora che ho un pochino di tempo in più rispetto alle scorse settimane, vorrei organizzare per bene le mie giornate, e dedicare una mattinata alle ricerche bibliografiche, un pomeriggio alla traduzione del mio manoscritto, una mezza giornata al ripasso, ecc. Ma non posso. Non posso perché per fare ricerche bibliografiche ho bisogno di trovare i fogli dove ho stampato l’elenco dei libri che mi servono. Con ogni probabilità ho messo i fogli dentro ad una cartellina, ma non so esattamente quale. O forse dentro ad un sacchetto. Per trovare sacchetto e/o cartellina, però, dovrei mettere le mani nella pila traballante di libri, quaderni e fogli sparsi che ingombra la mia scrivania; o forse dovrei attaccare quell’altro mucchio di roba che mi impedisce di aprire completamente la finestra. Inoltre ce n’è un altro per terra davanti alla scarpiera, e in fin dei conti magari la prima cosa da fare sarebbe disfare la valigia perché quello che cerco potrebbe benissimo essere lì.Il problema è che per sistemare anche uno solo dei miei cumuli cartacei dovrei sapere dove mettere quello che sto maneggiando, e spazio non ce n’è. O forse ce ne sarebbe, a patto di sistemare un agglomerato di materiali sparsi che gravita sulla mensola che avevo dedicato alla tesi, e che quindi giace intonso dai primi di novembre (ricordo però di averne estratto un’agenda non molto tempo fa). A questo punto mi ritroverei con una difficoltà analoga allo stadio precedente, cioè dovrei sistemare qualcos’altro per far posto alle varie cose che emergono dal riordino, e così via a ritroso fino alla completa riorganizzazione della stanza.
Tenete presente che i miei armadi non versano in condizioni migliori. I cassetti reggono abbastanza in quanto poco permeabili, ma negli scaffali e nelle ante lunghe regna un’assoluta omogeneità osmotica. Prendendo un qualunque punto di un qualunque armadio, il suo contenuto non differisce significativamente dal contenuto di un qualunque altro punto di un qualunque altro armadio. Ne consegue che la distribuzione di maglie, pantaloni, calzini e mutande è quasi perfettamente omogenea, e ciò mi consente di vestirmi ogni giorno aprendo un’anta a caso, che necessariamente conterrà tutto ciò di cui necessito per abbigliarmi completamente.
Gli indumenti già parzialmente indossati (ovvero: indossati per trenta secondi per prova, ma scartati, o portati più a lungo ma non lavabili ad ogni giro addosso perché ad alto rischio di frantumazione in lavatrice) sono invece accatastati sulla cyclette. Con un paio di borse, un asciugamano da mare e il beauty case di pelle usato tre settimane fa per andare in Croazia (vuoto, però). Alcune paia di scarpe sono state ordinatamente affiancate davanti alla scarpiera (alle scarpe ci tengo), ma sopra c’è un gatto. L’ultimo acquisto (sandali altissimi di Miss Sixty con i quali mi sono gratificata per l’esame) giacciono ancora nella loro scatola un po’ più in alto, su un portariviste, per difenderli dalla marea montante del disordine.
A questo punto farei prima a trasferirmi. Si può morire soffocati dal proprio stesso caos? Io ho paura di sì. Di tanto in tanto mi lancio un’occhiata alle spalle perché ho la segreta preoccupazione che un paio di jeans cerchi di strangolarmi. Forse dovrei tenere in giro solo pantaloni corti, sono più innocui.
Ma se mai mettessi in ordine, violerei l’entropia? I cocci si ricomporrebbero a formare tazze intere, e gli orologi comincerebbero a girare al contrario?
Ci crediate o no, questo è ciò che mi trattiene dal riordinare la mia stanza. Mi sacrifico per il bene dell’universo.
Chiaro, no?
