Archive for July, 2006

Entropia

Io sono la dimostrazione vivente della seconda legge della termodinamica, secondo la quale (cito da un sito a caso) “in normali condizioni tutti i sistemi abbandonati a se stessi tendono a divenire disordinati, dispersi e corrotti in relazione diretta al trascorrere del tempo“. D’altra parte anche la Gioconda cade a pezzi [cit.].Più prosaicamente, io mi riferisco alla mia camera. Ora che ho un pochino di tempo in più rispetto alle scorse settimane, vorrei organizzare per bene le mie giornate, e dedicare una mattinata alle ricerche bibliografiche, un pomeriggio alla traduzione del mio manoscritto, una mezza giornata al ripasso, ecc. Ma non posso. Non posso perché per fare ricerche bibliografiche ho bisogno di trovare i fogli dove ho stampato l’elenco dei libri che mi servono. Con ogni probabilità ho messo i fogli dentro ad una cartellina, ma non so esattamente quale. O forse dentro ad un sacchetto. Per trovare sacchetto e/o cartellina, però, dovrei mettere le mani nella pila traballante di libri, quaderni e fogli sparsi che ingombra la mia scrivania; o forse dovrei attaccare quell’altro mucchio di roba che mi impedisce di aprire completamente la finestra. Inoltre ce n’è un altro per terra davanti alla scarpiera, e in fin dei conti magari la prima cosa da fare sarebbe disfare la valigia perché quello che cerco potrebbe benissimo essere lì.Il problema è che per sistemare anche uno solo dei miei cumuli cartacei dovrei sapere dove mettere quello che sto maneggiando, e spazio non ce n’è. O forse ce ne sarebbe, a patto di sistemare un agglomerato di materiali sparsi che gravita sulla mensola che avevo dedicato alla tesi, e che quindi giace intonso dai primi di novembre (ricordo però di averne estratto un’agenda non molto tempo fa). A questo punto mi ritroverei con una difficoltà analoga allo stadio precedente, cioè dovrei sistemare qualcos’altro per far posto alle varie cose che emergono dal riordino, e così via a ritroso fino alla completa riorganizzazione della stanza.

Tenete presente che i miei armadi non versano in condizioni migliori. I cassetti reggono abbastanza in quanto poco permeabili, ma negli scaffali e nelle ante lunghe regna un’assoluta omogeneità osmotica. Prendendo un qualunque punto di un qualunque armadio, il suo contenuto non differisce significativamente dal contenuto di un qualunque altro punto di un qualunque altro armadio. Ne consegue che la distribuzione di maglie, pantaloni, calzini e mutande è quasi perfettamente omogenea, e ciò mi consente di vestirmi ogni giorno aprendo un’anta a caso, che necessariamente conterrà tutto ciò di cui necessito per abbigliarmi completamente.

Gli indumenti già parzialmente indossati (ovvero: indossati per trenta secondi per prova, ma scartati, o portati più a lungo ma non lavabili ad ogni giro addosso perché ad alto rischio di frantumazione in lavatrice) sono invece accatastati sulla cyclette. Con un paio di borse, un asciugamano da mare e il beauty case di pelle usato tre settimane fa per andare in Croazia (vuoto, però). Alcune paia di scarpe sono state ordinatamente affiancate davanti alla scarpiera (alle scarpe ci tengo), ma sopra c’è un gatto. L’ultimo acquisto (sandali altissimi di Miss Sixty con i quali mi sono gratificata per l’esame) giacciono ancora nella loro scatola un po’ più in alto, su un portariviste, per difenderli dalla marea montante del disordine.

A questo punto farei prima a trasferirmi. Si può morire soffocati dal proprio stesso caos? Io ho paura di sì. Di tanto in tanto mi lancio un’occhiata alle spalle perché ho la segreta preoccupazione che un paio di jeans cerchi di strangolarmi. Forse dovrei tenere in giro solo pantaloni corti, sono più innocui.

Ma se mai mettessi in ordine, violerei l’entropia? I cocci si ricomporrebbero a formare tazze intere, e gli orologi comincerebbero a girare al contrario?

Ci crediate o no, questo è ciò che mi trattiene dal riordinare la mia stanza. Mi sacrifico per il bene dell’universo.

 elementare raffigurazione di qualche cosa di attinente alla seconda legge della termodinamica Chiaro, no?

Finalmente ho anch’io un mio perché

Ho difficoltà a realizzare di aver messo davvero un piede nella porta. Continuo ad aspettarmi da un momento all’altro un’e-mail di questo genere: 

“Gentile Dottoressa **** [perché in questi contesti universitari ci si chiama sempre col titolo accademico, altrimenti quando mai si avrebbe occasione di usarlo?],

siamo desolati nel doverle comunicare che la sua accettazione nella Scuola di Dottorato ecc. ecc. è stata generata da un clamoroso scambio di persona, e pertanto invalidata. Riconsiderando la sua prova d’esame abbiamo constatato quanto Lei sia ontologicamente inadatta ad accedere alla nostra Università, e converrà Lei stessa quanto sia palesemente opportuno escluderla. Si consideri quindi rifiutata con ignominia e ci faccia la cortesia di non farsi più vedere.

Distinti saluti  

Il collegio docenti ecc. ecc.” Per il momento però non è arrivato niente (tranne le solite e-mail con consigli per l’allungamento del pene, che, è forse bene ricordare, io non ho; la singolare novità di offerte di partecipazione a loschi investimenti in paesi del terzo mondo, nel ruolo di prestanome e con l’opportunità di fantasmagorici guadagni; una lettera nella quale mi comunicano che la Coca Cola Company mi ha sorteggiata vincitrice di un non meglio specificato concorso,  e quindi ho diritto ad un premio di 80.000 sterline per ritirare il quale non devo fare altro che inviare una mail con tutti i miei dati anagrafici, codice fiscale e coordinate bancarie).

Quindi pare proprio che sia vero. Ora so cosa sono: sono una dottoranda. Ho un ruolo, una definizione. Ho un mio perché. D’ora in poi (e se Dio vuole, per i prossimi tre anni), quando mi chiederanno cosa faccio nella vita potrò dare una risposta, secca, precisa, senza tergiversare confusamente per spiegare che sì, faccio una cosa, ma in realtà ne vorrei fare un’altra, e forse sì, se avrò modo, se avrò fortuna, c’è sempre quest’esame, ma è dura, ma se poi non mi prendono c’è quest’altra cosa, e comunque… No: tre parole: sono-una-dottoranda.

Ci sarebbe forse da spiegare in cosa, ma è difficile, ai miei genitori cerco di spiegarlo da almeno un paio d’anni ma non c’è verso, e comunque non è che al mondo importi poi molto che cosa fai davvero; importa classificarti, metterti un’etichetta, collocarti in un’area mentalmente individuabile. Conta fornirti di coordinate, e ora io ce le ho, cazzo.

Sono-una-dottoranda. Appena riesco (metà, forse fine, settembre) mollo il lavoro. Perché già, forse non l’ho spiegato; mi fanno fare il dottorato e mi pagano pure (poco, ma è tutto grasso che cola): farò la filologa romanza a tempo pieno. Incredibile. Dopo anni di studio ritagliato mentre avrei dovuto fare qualcos’altro (lavorare, dormire), ora avrò il tempo di stare veramente sui libri. E sui dizionari, e sui manoscritti. E davanti al portatile. Roba da matti. E’ da mercoledì sera che ogni tanto, mentre faccio dell’altro e senza alcun motivo apparente, mi viene da ridere. E’ che sono contenta, ancora non ci credo. Per una volta non mi hanno strappato il giocattolo dalle mani.

Beh, comunque c’è anche altro al mondo: non è che il pianeta adesso si sia messo a girare al contrario. Quindi dirò che io e la guida cominciamo finalmente a capirci reciprocamente un po’ meglio, e che il cucciolo cresce e diventa schizzato come temevo, e ha il la faccia lunga come un lupacchiotto e buffamente spettinata perché la mamma dello Gnu l’ha tosato. Ai primi caldi lei comincia a tosare un po’ tutto quello che le capita a portata di forbice: cani, gatti, galline. Tutti gli animali che razzolano per il suo cortile hanno l’aria scarmigliata e un po’ depressa, come se si vergognassero di essere stati conciati in quel modo.

Continua a fare un caldo schiatto. Mercoledì sera sono tornata da Siena (quattro ore e mezza di treno, due cambi) sciolta e gelatinosa, coi vestiti appiccicati addosso e i capelli annodati. Ho viaggiato con una buffa ragazzina danese, che non parlava italiano e faceva il mio stesso percorso. Ci siamo conosciute sul treno che da Siena andava ad Empoli, mentre un signore cercava di spiegarle in inglese che avrebbe perso la concidenza per Pisa per colpa del ritardo che stavamo accumulando; era sola e spaventata, anche lei andava a Genova, e così l’ho adottata. E’ pazza ma simpatica, e alla fine ci siamo scambiate gli indirizzi e-mail così quando torna in Italia a settembre magari ci rivediamo. O più probabilmente no, queste cose il più delle volte muoiono lì. Vedremo.

Intanto mercoledì è stata davvero, davvero una giornata strana. La foto mentale che mi rimarrà è quella di noi eletti, felici e vittoriosi, che ci spintoniamo fuori dalla facoltà urlando “campioni del mondo”.

Campioni del mondo!

Ce l’ho fatta! Sono ufficialmente dentro alla Scuola di Dottorato Internazionale in Filologia Romanza (tutte maiuscole, mi sembra il minimo)!

Non so come ho fatto, ma ce l’ho fatta!

(Poi ne scriverò più adeguatamente… ora sono troppo stanca e confusa… e incredula)

Davvero, questa è l’ultima cosa che dovrei fare

Dovrei stare studiando (si può dire?). Questo perché martedì l’altro ho questo esame che probabilmente non passerei neppure se lo stessi preparando da 6 mesi, e invece lo preparo da tre settimane, di cui una di vacanza. Però mi fa tristezza vedere l’ultimo post vecchio e muto, e in fondo qualche cosa da scrivere ce l’avrei, se solo avessi la freschezza e la voglia di mettere i pensieri in ordine.

Dato che un un ordine in effetti ci vuole, altrimenti le parole si farebbero sopraffare dalla loro innata entropia e si agiterebbero stupidamente come particelle gassose, ne prendo uno a caso: anticronologico. Dirò quindi che ieri ho letto Fight club e mi ha delusa (orde di fan di Palahniuk, attaccate). Non che sia brutto, ma mi aspettavo un capolavoro e invece leggendo mi sono resa conto che il capolavoro è il film. Il film senza il libro è grandioso; il libro senza il film è così così. Il film con il libro è una genialata perché come diavolo ha fatto David Fincher a tradurre visivamente certe scene (una per tutte, il catalogo dell’Ikea) con un’ispirazione così lucida e laterale lo sanno solo lui e il dotto biliare di Tizio. Ma il libro, preso di per sé… anche lo stile, queste ripetizioni, questi pensieri forzati che spezzano il discorso e lo rendono doppio, dissociato, schizofrenico: l’idea è gustosa, ma la resa è ripetitiva. Forse non posso apprezzare lo spunto dirompente perché sapevo già la storia, ma comunque rimane l’impressione che il film abbia aggiunto, anziché sottrarre. Sei meno meno. Meno.

Sono stata in vacanza. Con lo gnu. Io e lo gnu siamo di nuovo pane e burro. Non serve dire nient’altro.

Campioni del mondo. Ho visto la finale in un ristorante dell’isola di Vir, riviera di Zadar, Croazia. Con commento in croato, e un paio di simpatizzanti con la maglietta di Totti; il resto del ristorante era gremito di agguerritissimi tedeschi, improvvisamente divenuti filofrancesi (e l’Alsazia, dico io? e la Lorena? e la Saar?! dannati voltagabbana). Ho sudato sofferto e alla fine saltato di gioia, ma io e lo gnu ci siamo dovuti scambiare la soddisfazione della coppa fra noi, e al massimo con qualche sparuto turista italiano di passaggio. Mi è mancata moltissimo la tv satellitare (che nell’appartamento non c’era, dannati siti internet falsi e traditori) e anche i giornali, che lì arrivano alle cinque del giorno dopo e non hanno più lo stesso sapore; però i miei genitori mi hanno tenuto da parte una settimana di Corrieri della Sera e Secoli XIX, più una Gazzetta dello Sport, un Tuttosport e un albo speciale di Repubblica. E la videocassetta della finale con il commento Rai, Dio li benedica.

(Fra l’altro io il calcio lo odio. Ma questo non esserci mentre tutto il paese, per una volta, era contento e soddisfatto… Fra l’altro credo di avere una mezza cotta per Zidane. Questo perché sono un bastian contrario.)

Promemoria: la prossima volta, se si affitta una casa al mare, NON prenotare MAI PIU’ una baita. Lo credo bene che la Gioconda sopra il letto sorrideva. Ci prendeva per il culo.

Mentre non c’ero mio papà si è tagliato lavando un’insalatiera. Cinque punti. (Dovere di cronaca.)

Fa un caldo schiatto. Mi tengo su a integratori vitaminici e ventilatore. Anche l’Adsl va più lenta, come la gente che cammina in quest’aria densa come un liquido. Ho deciso che questa settimana mi alzerò alle sei ogni mattina, per sfruttare l’unico momento in cui il mio processore mononeuronale è a temperatura ottimale per lo studio. E studierò anche in negozio, nel fresco artificiale del condizionatore, anche perché il capo è in ferie e la sostituta non è molto incline a sostituirmi. Dopotutto è una settimana o poco più. A pensarci mi si stringe lo stomaco.

Chiudo con un aggiornamento: il famoso lavoro me lo volevano dare, ma ho detto di no. Ho detto che voglio provare prima quest’altra strada, darmi una possibilità, per non rodermi dopo nel rimpianto. Semmai mi roderò nel rimorso, per una volta. Comunque mi hanno detto che bla bla bla, se mai dovessi cambiare idea, bla bla bla, porta sempre aperta, bla bla bla, lieti di collaborare, bla bla bla. E’ finita a tarallucci e vino, insomma. Meglio così, un piano B serve sempre.